
25 Mar Lou Salomé. Amare la vita. In dialogo con Susanna Mati
a cura di Ivana Margarese
Donna straordinaria – forte personalità: in tutte le fonti dell’epoca si ripete il ritornello di queste due definizioni. Nota per la sua libertà intellettuale, citata con l’appellativo di amica di Nietzsche o Rilke, vicina a Sigmund e Anna Freud e impegnata nel dare importanti contributi scientifici alla psicoanalisi, Lou Andreas-Salomé è una figura femminile complessa, sfuggente, quasi mitologica, su cui tanto è stato scritto e romanzato.
Ti domando pertanto cosa ti ha portato a scrivere questo libro, da quanto tempo avevi in mente di farlo e quale metodo di lavoro hai scelto.
In effetti un impulso alla scrittura del libro è venuto proprio dalla volontà di correggere le mitologizzazioni, operate anche dalla cultura femminista (che ha avuto però il merito di far conoscere Salomé e di tradurne gli scritti), e di ricondurre questa figura alla sua realtà storica e psicologica. Non è necessario romanzare la vita di Lou, perché questa vita ha in sé tanto di straordinario anche solo nell’enunciazione dei suoi meri accadimenti, così come non è necessario sopravanzare il vissuto biografico interpretandolo con schemi di volta in volta psicanalitici o filosofici. Direi quindi che il mio primo intento è stato quello di ripulire l’immagine di Lou e restituirla alla sua schiettezza, che le apparteneva anche in quanto donna. Il libro, quindi, ha un’ossatura soprattutto documentaria, anche se temo mi sia più volte sfuggita qualche indicazione interpretativa… Non è stato comunque facile, per me, trovare una chiave per affrontare un personaggio come lei, assai simbolico e incredibilmente interessante, ma in fin dei conti poco empatico; infatti è stato un lavoro che è iniziato con alcune conferenze che risalgono a ben tredici anni fa, in occasione dell’allestimento, da parte dei miei studenti dello IUAV, della Lou Salomé di Giuseppe Sinopoli al Teatro la Fenice di Venezia.
Lou Salomé. Amare la vita, questo è il titolo del tuo libro che in qualche modo riecheggia un motto che Salomé attribuiva a Spinoza e che le era molto caro: “la sola perfezione è la gioia”.
Scrivi che Salomé è “riuscita a lasciare il luminoso esempio di un essere anticonformista e felice, una combinazione davvero rara: una creatura che ce la fa a non soccombere all’isolamento e alla sofferenza a causa della propria assoluta anticonvenzionalità”. E ancora: “In Lou la vera opera sembra rappresentata dalla sua vita; raccontarla è crearla”. Infine riporti anche un motto di Lou Salomé ventenne che ben sintetizza il suo entusiasmo avido per la vita: “Il mondo ti ripagherà male, credimi! Se vuoi avere una vita: rubatela!”. Vorrei parlassi di questa joie de vivre.
Sì, da qualche parte nel libro scrivo che, se Nietzsche avesse veramente amato la vita, forse avrebbe vissuto come Lou Salomé… in verità questo congenito ottimismo, ovvero la capacità di valorizzare ogni circostanza positiva e sminuire o tralasciare ogni sofferenza, è qualcosa che dà da pensare. È notevole, per esempio, che l’ottimista Lou debba accompagnarsi costantemente a personaggi ben poco rassicuranti come Nietzsche, Rilke e Freud – e loro a lei, però! Forse i primi sono dotati di una profondità che a lei manca?, si potrebbe chiedere maliziosamente, o di una capacità, di un talento o di una genialità di cui lei non era dotata? Ad ogni modo, tutti e tre saranno diversamente colpiti da questo lato del suo carattere, che possiamo ben ascrivere, come del resto ogni ottimismo e pessimismo, a un’origine puramente fisiologica (come avrebbe senz’altro affermato Nietzsche). Lou la felice, l’indistruttibile (come la descrive Freud), colei che, anche vecchia e malata, continua a gustare la festa dell’esistenza (è lei stessa che lo scrive), colei che può scrutare negli abissi dell’inconscio senza rimanerne minimamente turbata, senza scorgere niente di unheimlich, di spaesante… anzi, scorgendovi la nostra sicura provenienza e la nostra altrettanto sicura e garantita destinazione da e verso il Tutto, l’Essere.
Il motto che citi, invece, lo delimiterei soltanto alla fase iniziale della vita di Lou, ai suoi vent’anni; successivamente, lei stessa non ‘ruberà’ più niente, nel senso di affermare la sua forte tendenza rapinosa nei confronti dell’esistenza; al contrario, spesso la sua volontà si piegherà docilmente alle circostanze, come nel matrimonio bianco con C. F. Andreas e nei quasi quattro decenni della loro vita comune a Göttingen. Ma le rimarrà sempre una vorace curiosità intellettuale, che forse è stata la sua maggiore ragione di vita e la sua maggiore spinta.
Il celebre incontro con Friedrich Nietzsche, amico, come Salomé stessa, di Paul Rée, è un racconto struggente che ben manifesta la diversità tra queste due personalità geniali. Nietzsche scrivendo di Lou Salomé a Ida Overbeck a Steinach sul Brennero, da Sils-Maria, poco prima del 14 agosto 1883, dice:“A me ella manca, perfino con i suoi difetti: noi eravamo abbastanza diversi da poter trarre sempre qualcosa di utile dai nostri colloqui, non ho mai trovato nessuno così libero da pregiudizi, così intelligente e così preparato per il mio genere di problemi. Da allora è come se io sia stato condannato al silenzio o a una sorta di benevola ipocrisia nei rapporti con tutti gli uomini”. Una riflessione che condensa l’amore e la delusione nei confronti della donna e il sentimento di profonda solitudine del filosofo, che lo consumerà psicologicamente e fisicamente. Come descriveresti questa loro “amicizia”?
Volendo vederla dalla fine, la si potrebbe descrivere anche come un qui pro quo, benché assai fruttuoso per entrambi i protagonisti, anche se Nietzsche soffrì moltissimo delle sue conseguenze; Nietzsche stava cioè cercando, proprio in quel periodo della sua vita (siamo nell’anno 1882, l’anno della Gaia scienza), qualcuno che diventasse suo discepolo e prosecutore della sua filosofia – ed è qui importante notare come, con Lou, abbia scelto proprio una donna per questo ruolo -, mentre Lou ventunenne voleva solamente ampliare la sua formazione frequentando le ‘menti’ della sua epoca e apprendendone il più possibile: non aveva alcuna intenzione di diventare una allieva, né di Nietzsche né di nessun altro. Il passo che tu citi, in cui Nietzsche comincia a rendersi conto delle reali qualità della persona che ha perduto, è molto significativo; come scriverà alla sorella Elisabeth nel novembre del 1883, sempre in un’ottica di ‘riabilitazione’ della figura di Salomé: “non puoi immaginare quanto solitario e ‘sperduto’ io mi senta ogni volta davanti a tutta l’amabile tartuferia di quelle persone che tu chiami ‘buone’ […], e come a volte io aneli a una persona che sia sincera e sappia parlare, fosse anche un mostro come Lou”. Lou era sincera e sapeva parlare, era una ragazza colta e libera, era una natura originale e non una copia, era intelligente come un’aquila e coraggiosa come una leonessa (è sempre Nietzsche che l’aveva descritta con queste parole). La sua perdita, dunque, va ben al di là di un rifiuto in senso amoroso – in effetti, potremmo anche chiederci quale fosse la consistenza dell’invaghimento nietzschiano verso di lei; di fatto non esistono lettere d’amore di Nietzsche a Lou, i due si sarebbero sempre dati del lei durante i sei mesi della loro amicizia, e le due domande di matrimonio che il filosofo le rivolse (ovvero un’unica domanda reiterata) sembrano piuttosto un tentativo di accaparrarsela in quanto allieva e collaboratrice, e magari banditrice dell’eterno ritorno, ancor prima che come donna (oltre a un tentativo pratico di semplificare una situazione scabrosa relativa alla progettata convivenza dei due insieme a Rée, la famosa Trinità). Ma qui la profondità di sentimento nietzschiana, del tutto indipendente dall’erotismo, doveva per forza collidere con quell’infedeltà che poi Salomé, da psicanalista, teorizzerà come necessaria alla donna nella sua vita amorosa…
Nel libro spieghi chiaramente come Lou, a dispetto della retorica narrativa, non fosse una femme fatale. Non si truccherà, né si acconcerà mai. Non si agghinda, non si imbelletta. Le sue relazioni sembrano tutte incredibilmente impulsive, non calcolate, poco convenienti. Inoltre in lei alcuni riscontrano caratteri per così dire “maschili” nel suo modo di ragionare e nel suo essere schietta, diretta, senza infingimenti. Potresti approfondire questo aspetto?
Si leggono cose raccapriccianti, del tutto fantasiose e inventate, su Lou Salomé come femme fatale. Quest’immagine non ha alcun fondamento. In verità Salomé era del tutto priva di atteggiamenti, fatali o meno, come testimoniano anche le non molte foto rimaste di lei; la sua femminilità, che appunto contiene anche una discreta dose di mascolinità, è totalmente spontanea e mai artefatta, nel senso che le sono estranei tutti quegli artifici, quei codici biologico-culturali di innesco dell’attrazione maschio-femmina che, nella sua apparenza esteriore e nel suo modo di porsi, Lou rifiuta quasi completamente. Infatti darà spesso l’impressione di essere una creatura contraddittoria, sia maschile che femminile; e del resto questo convivere delle possibilità dei due sessi entro ognuno di noi farà parte anche delle sue teorie psicanalitiche (come già di quelle freudiane). Anche la sua vita amorosa, come tu sottolinei, non ha nulla di calcolato; la sua personalità sembra essere molto istintiva, e la sua vita sentimentale piuttosto casuale ed episodica, e assai meno rilevante della sua vita intellettuale. Insomma, niente è più lontano dalla studiosa, scrittrice e intellettuale Salomé, sempre alla ricerca di nuovi stimoli culturali, dello stereotipo della seduttrice.
Altra figura importante nella vita di Lou Salomé è Sigmund Freud. La loro effettiva frequentazione avverrà a Vienna nel 1912-1913, dove lei sarà in seguito anche ospite dei Freud in Berggasse 19 e dove, per i circa sei mesi frequenterà le celebri riunioni del mercoledì. In seguito, dal 1913 al 1921, per otto lunghi anni, vi saranno tra Salomé e Freud solamente scambi epistolari. La corrispondenza di oltre duecento lettere, diradatasi negli ultimi anni, continuerà fino alla morte di Lou nel 1937. Certamente Freud stimava enormemente Salomé e lei, credo, avesse trovato in lui una guida, una figura quasi paterna. Quali a tuo parere i contributi più importanti di Salomé alla psicoanalisi?
I contributi di Salomé alla psicanalisi sono da porsi su vari livelli; ci sono i suoi scritti, sicuramente, tra cui i contributi sul concetto di narcisismo (del quale era certamente un’esperta), ma c’è anche l’attività continua di fiancheggiamento di Freud, il suo sostegno immancabile al Padre e Maestro. Anche Il mio ringraziamento a Freud, l’opera che scriverà per i settantacinque anni di lui, contiene sia critiche e correzioni alle concezioni freudiane, da una parte, che, dall’altra, un’adesione incondizionata, direi sconfinata, a quello che Freud rappresenta, anche come persona. Freud è la psicoanalisi, per Lou. Particolarmente importanti mi sembrano gli aggiustamenti che Salomé fa alle teorie freudiane in materia di arte e di religione, che erano state intese e spiegate dal maestro in un senso fin troppo restrittivo, cioè esclusivamente sintomatico. L’arte e la religione, che attingono alla stessa sfera, come peraltro anche l’eros, affondano le proprie radici in un inconscio che va al di là della sfera soggettiva, e si riconnettono, secondo le teorie neoromantiche di Salomé, direttamente alla sfera dell’Essere primigenio; hanno cioè la medesima scaturigine da un elemento creativo assoluto, che esprimono nel loro produrre un’opera, oppure un’illusione. In ogni caso, pertengono alla sfera dell’immaginazione, la sola facoltà che ci permette di cogliere, romanticamente, il senso ultimo. Questa sorta di ideologia filosofica di Salomé, coniugata alle suggestioni della Lebensphilosophiedell’epoca (le filosofie della vita del primo Novecento), sarebbe in netto contrasto con molte posizioni del razionalismo freudiano. Ma l’attaccamento alla persona di Freud e alle sue geniali scoperte (prima tra tutte l’inconscio) renderanno Salomé una sua fedelissima allieva, che si porrà sempre a strenua difesa del Maestro.
“La mia nuova amica, come Tu scrivi, è veramente fantastica e in fondo sono ancora un po’ inquieta su come sono arrivata fino a lei. Ma d’altronde vivere con lei è facile, semplice e naturale come con poche altre persone di mia conoscenza”. Con queste parole Anna Freud scrive al padre descrivendo Lou Salomé. Quale fu il rapporto tra le due?
C’è una bellissima e rivelativa frase che Anna scrive nel 1921 a Lou, che aveva peraltro l’età di sua madre Martha; Anna è grata all’amica più anziana “perché sei fatta in un modo in cui mai ho conosciuto nessuno”. Credo che questa sia davvero l’essenza di Lou Salomé, colta anche da Freud nel suo necrologio del 1937 quando scrive che, avvicinandola, si percepiva “un’impressione fortissima dell’autenticità e dell’armonia della sua natura” e si “poteva asserire, non senza stupore, che tutte le debolezze femminili, e forse la maggior parte delle debolezze umane, le erano estranee o erano da lei state superate nel corso dell’esistenza”. Ecco che cosa significa “donna straordinaria”, per tornare alla tua prima domanda. Detto questo, anche con Anna, come con molti altri, il ruolo di Lou sarà quello, benefico, di apportatrice di chiarezza e di maturità, di collaboratrice alla sua realizzazione, al dispiegamento pieno delle sue capacità; è sotto la sua guida, infatti, che Anna matura come psicanalista e come studiosa, ma anche come donna, ad esempio quando Lou le fa capire che non c’è niente di male ad avere un orientamento omosessuale (del resto la psicanalisi del padre Sigmund lo aveva già ampiamente teorizzato). Dal carteggio, tuttavia, quello che emerge è soprattutto un’affettuosa amicizia, specialmente nei primi anni, e veramente commoventi sono le lettere di Anna che pare sempre intenta a sferruzzare o confezionare abiti per la ‘povera’ anziana Lou che gela al freddo nella casa di Göttingen, oppure a spedirle cibarie di ogni genere, dopo che la prima guerra mondiale aveva lasciato la Germania in miseria. Anche il padre Sigmund, del resto, sosterrà economicamente Lou in modo continuativo, con grande generosità. Ma questi doni sono ricambiati dall’orgoglio di poter avere nella propria cerchia psicoanalitica una donna, appunto, straordinaria, di un’intelligenza quasi pericolosa (così Freud), e un’eminente personalità come quella di Lou.
Nelle Tre lettere a un fanciullo, dedicato ai figli dell’amica Helene Klingenberg, Lou parlerà dell’amore come “l’ultima delle fiabe: la ‘fiaba dell’età adulta’. È una definizione interessante anche per comprendere meglio le relazioni erotiche di Lou Salomé e la loro incompiutezza. L’erotismo, come il momento creativo, è dal suo punto di vista per sua natura uno stato intermittente, la cui durata non è affatto garantita; l’amore è uno stimolo creativo e nella visione di Salomé l’altro, tragicamente, parrebbe non entrarci mai.
Credo sia infatti, e soprattutto, nella concezione dell’eros che si svela la natura profondamente narcisistica e, insieme, completamente autosufficiente di Salomé. Secondo lei, nella vita erotica l’altro è solo una nostra proiezione, e l’innamoramento non consiste che in questa autoillusione. Può darsi sicuramente che, in una certa fase iniziale dei rapporti, sia davvero così, ma Salomé sembra non conoscere alcuno sviluppo a questa situazione, invero solipsistica, che non sia la disillusione e il conseguente rescindimento del rapporto. La funzione dell’amore sembra limitarsi, appunto, a essere quella di uno stimolante alla creatività; e proprio per questo l’eros può rientrare nella stessa sfera di arte e religione, come dicevo prima. Salomé visse, a quanto pare, i suoi rapporti amorosi proprio secondo questo schema, ripetuto ogni volta più o meno uguale, a partire dall’amore con Rilke. Lei stessa considererà, come scrive, la sua vita amorosa incompiuta sotto tutti gli aspetti: da quello puramente erotico, poiché nessuno come la donna conosce la limitatezza del rapporto sessuale (è lei a scriverlo), a quello della maternità, assente (se inteso in senso proprio) nella sua vita, a quello del matrimonio (là dove visse appunto in una relazione mai consumata), a quello sentimentale, poiché, in effetti, manca, nella vita di Salomé, il ‘grande amore’.
“Io no!… come posso essere responsabile di permettere l’esistenza di un essere umano, che forse dovrà affrontare la più grande miseria? Non posso certo sapere cosa gli darei. Sto progettando qualcosa che non conosco”. Questa considerazione di Lou Salomé sulla volontà di essere madre appare estremamente lucida e si unisce alla consapevolezza di non essere mai stata ciò che si definisce un essere maturo: proprio questo suo lato di infantilismo le ha permesso di continuare a essere allegra. Allo stesso tempo parla di “straordinario mistero della procreazione” capace di strapparci dalla nostra dimensione individuale rendendoci partecipi della Creazione. Lou aveva inoltre un ottimo rapporto con la figlia che il marito aveva avuto dalla loro governante e per molti la sua vicinanza ha rappresentato una guida quasi materna. Qual è dunque a tuo parere il complesso rapporto di Lou con la “maternità”?
Innanzitutto le affermazioni di Salomé sul suo non voler essere madre sono tutte di seconda mano, cioè testimonianze di terzi, non sappiamo quanto affidabili letteralmente; ma la sostanza è chiara: Lou non era interessata alla maternità fisica, per molteplici ragioni, di cui alcune a carattere filosofico. Soltanto una volta, in una lettera a Rilke, asserisce di essersi negata la maternità per l’assoluta necessità di solitudine che deve accompagnare chiunque crei – anche se lei non è un’artista (così scrive al grande poeta). Dobbiamo anche ricordare, dal punto di vista pratico-empirico, che Lou era ‘intrappolata’ in un matrimonio bianco, e che il marito si creò una vera e propria famiglia tramite, appunto, un’altra relazione; mentre Lou non dà invece l’idea di essere una donna disposta a cedere qualcosa di sé, a sacrificarsi per un figlio, cioè a poter essere madre in senso proprio e non metaforico; anche qui, le radici di questo atteggiamento sono probabilmente da ricercare sia nella sua natura ‘infantile’ e narcisistica, sia nella sua vocazione intellettuale. (A mio parere, invece, le considerazioni sul mistero della creazione e della procreazione appartengono a quell’ideologia retorica che Salomé sviluppa almeno a partire dallo scritto su L’erotismo, un’ideologia che per me non rappresenta affatto il meglio del suo pensiero). Il discorso è ovviamente del tutto diverso per quanto riguarda la maternità spirituale; già la convinzione e la volontà di essere una scrittrice, cioè comunque una donna che mette al mondo un’opera, e il ruolo da lei avuto nel cooperare alla nascita di molte altre opere – cruciale e insostituibile il suo apporto alla crescita della poesia rilkiana nel suo più maturo dispiegamento, ma anche alla genesi dello Zarathustra di Nietzsche – la rendono una donna estremamente prolifica, produttiva e fertilissima nella sfera dello spirito, del Geist. Questa è la sua più autentica dimensione, una dimensione anche materna, dal momento che, per lei, il Tutto, l’Essere, ovvero quel grembo dal quale ci siamo strappati con la nascita individuale, è un Tutto femminile. E, nella sua teorizzazione, solo la donna, rispetto a un maschile dimidiato e scisso, ha pieno accesso a questo Tutto ed è capace, per natura, del suo più pieno godimento.
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