
30 Mar Isabelle Eberhardt: Lo spirito del viaggio
di Luciana De Palma
Se il viaggio comporta tanto un atto fisico, ovvero uno spostamento da un luogo noto a un altro che lo sia meno, quanto un atteggiamento filosofico, che richiede lo sforzo intenzionale di attribuirgli senso e valore capaci di oltrepassare la circostanza del viaggio in sé, allora si può affermare che esso è il luogo privilegiato in cui unire pensiero e azione, gesto e parola, tempo ed eternità. Ogni viaggiatore, del passato e del presente, cerca sempre di sancire tra loro l’ignoto e le aspettative affinché, una volta tornato a casa per stilare in bella copia le proprie memorie, gli si sveli quasi magicamente quella misteriosa verità sull’istinto nomade che contraddistingue l’umanità fin dai suoi albori.
Isabelle
Eberhardt è stata molto più di una viaggiatrice: ha celebrato nella sua esperienza tutte quelle possibilità spirituali che le hanno consentito di superare la propria cultura e di immergersi totalmente nelle contraddizioni e nelle meraviglie della scoperta del territorio e di se stessa. Nata a Ginevra nel 1877 da una relazione illegittima di sua madre, aristocratica emigrata russa, avvertì fin da bambina le spire ardenti di quella fiamma che si alimenta di orizzonti lontanissimi, di visioni ad occhi aperti, di colori abbaglianti e di infiniti cieli notturni. Inizialmente trovò nei libri il modo per soddisfare la sua irrequieta voglia di conoscenza che non si placò mai e durò intatta fino alla fine della sua breve vita.
Allieva diligente di Alexandre Trophimowsky, ex prete ortodosso e anarchico, a cui è stata attribuita la sua paternità, imparò molte lingue; da sola studiò l’arabo e il turco. Le stanze della casa di Ginevra in cui visse con sua madre erano intrise di interessi e curiosità tanto da fornire alla sua immaginazione risorse capaci di infervorare ogni prospettiva futura.
Il Nord Africa attirò fin da subito la sua attenzione; da quelle terre, affacciate sulla riva opposta del Mar Mediterraneo, provenivano le lettere di studiosi di cultura araba con i quali trattenne a lungo una fitta corrispondenza. Divenne esperta del Corano. Nel 1895 pubblicò sotto lo pseudonimo di Nicolas Podolinsky il racconto Infernalia e poi il saggio Visione del Moghreb. Due anni dopo, nel 1897, si trasferì con sua madre a Bona, in Algeria; qui ritrovò suo fratello Augustine, arruolato nella Legione straniera. Madre e figlia si convertirono all’Islam. La permanenza, però, durò per pochi mesi: la morte della madre costrinse Isabelle a ritornare a Ginevra. Fu nel 1899, quando anche Alexandre Trophimowsky morì, che Isabelle decise di ripartire per l’Africa. A 22 anni sbarcò da sola a Tunisi. Quello che nella comoda casa di Ginevra aveva avuto il sapore di un’avventura esclusivamente onirica divenne la più straordinaria delle realtà L’intero Sahara era a sua disposizione: così immenso, grandioso nel custodire i segreti del tempo, fonte di interrogativi dall’inesauribile forza mistica, tripudio dei sensi e dell’ingegno. Scelse l’Algeria come patria d’elezione per la sua anima.Qui rigenerò la sua pelle, rendendola capace di assorbire le più piccole variazioni luminose, le più sottili rifrazioni di un pensiero che andava arricchendosi di miriadi di sfumature.
In groppa al suo cavallo esplorò il Souf algerino e il Sahel tunisino. Non ci fu duna dalla cui sommità non spinse lo sguardo verso gli estremi di una terra arida e silenziosa dove ogni sua tensione poté aprirsi a ventaglio e competere per potenza e oscurità con l’universo; non ci fu notte in cui non si aggirò solitaria per i vicoli bui, preclusi alle donne, saturi di ogni tipo di odore; non ci fu suono, voce, parola, gesto che non trovò nella sua mente il modo per tramutarsi in passo successivo verso la contemplazione di un’esistenza dei cui enigmi s’interrogò senza pace. In Algeria scelse di indossare abiti maschili: la sua libertà passò attraverso il travestimento. Se avesse indossato abiti femminili, non avrebbe potuto condurre i suoi studi così come desiderava. Nei paesi islamici le donne erano e sono legate a troppi vincoli sociali e culturali. Isabelle Eberhardt non aveva lasciato l’Europa e le sue convenzioni per ritrovarsi ugualmente limitata in un altro continente.
Scrisse: “Vestita come si conviene ad una ragazza europea, non avrei mai visto niente, non avrei avuto accesso al mondo, poiché la vita esterna sembra essere fatta per l’uomo e non per la donna. E invece mi piace immergermi in un bagno di vita popolare, sentire le ondate di folla scorrere su di me, impregnarmi dei fluidi del popolo. Solo così posseggo una città e ne so ciò che il turista non capirà mai, malgrado tutte le spiegazioni delle sue guide”.
Tanto gli splendori quanto le asprezze della terra d’Africa la penetrarono come fa un’amante che non risparmia né passione né furore. E lei accettò di abbandonarsi alla dolcezza e alla malinconia, alle paure e alle risoluzioni coraggiose, alle dure necessità quotidiane e agli stordimenti ascetici. Benché convertita all’Islam, fumava e beveva alcolici. Non trovò alcuna incoerenza in questo: le sole regole a cui obbedire erano quelle dettate dai continui tormenti della sua anima.
Non fu e non volle essere una turista. Non fu un’ombra che scivola sulle pietre disseminate appena oltre i confini del piccolo villaggio in cui visse. Assorbire e lasciarsi assorbire; non più essere, ma trasformarsi ogni giorno, ogni istante in qualcosa che può avvicinarla all’essenza; dimenticare il passato e rimodellarsi in virtù di intuizioni che hanno a che fare con la vita, con la morte e con quanto avviene nel loro frangente.
Entrata a far parte di un’antica confraternita mistica del mondo islamico, viaggiò per incontrare esponenti religiosi. La sua spregiudicatezza in fatto di frequentazioni e costumi ambigui la resero invisa alle autorità francesi di stanza in Algeria; fu pedinata con molto zelo. Salva per miracolo a seguito di un accoltellamento, dopo un mese di ospedale riprese le sue amate peregrinazioni.Sarebbe stato impossibile raffreddare e ancora meno spegnere quel fuoco che senza sosta divampava fin dall’infanzia nella sua testa e in ogni fibra del suo corpo. E di certo lei stessa non l’avrebbe permesso.
Nel 1902 incontrò Victor Barrucand, direttore della rivista locale Akhbar, che, stimando i suoi scritti, le offrì una collaborazione fissa come reporter. Furono mesi in cui scrisse articoli, romanzi e racconti, oltre a un diario su cui annotava i progressi e i tentativi di portare avanti un’idea di evoluzione morale e intellettuale.
In una delle pagine più belle scrisse: “Penso di aver raggiunto un punto in cui il potenziale di cui sono stata a lungo consapevole ha ora iniziato a sbocciare. Per quanto riguarda i miei sentimenti religiosi, la mia fede è adesso genuina e non ho più bisogno di fare il minimo sforzo. Prima di andare a dormire la notte, guardo in profondità dentro la mia coscienza e non manco mai di trovarvi una pace beata che deriva dalla misteriosa conoscenza che d’ora in poi sarà la mia forza”.
Alla forza d’animo e al coraggio dimostrato in più occasioni cominciò a fare da contraltare una serie di difficoltà pratiche e sanitarie.Inoltre il suo stile di vita sregolato e una nutrizione scarsa, se non del tutto assente, oltre a ripetute febbri malariche, indebolirono molto il suo fisico. Nonostante questo, nel 1903 accettò l’incarico di corrispondente di guerra per la rivista La Dépêche algérienne; doveva seguire la battaglia di El Moungar e l’assedio di Taghit. Nel 1904, costretta da febbri malariche più violente del solito, fu ricoverata in un ospedale militare da cui, contro il parere medico, uscì il 21 ottobre. La ragione fu il tanto desiderato incontro con suo marito che era lì in licenza. L’incontro, però, non avvenne mai. Un’enorme massa d’acqua proveniente dalle pendici della catena montuosa dell’Atlante travolse cose e persone.La misera abitazione di Isabelle Eberhardt non fu risparmiata. Il suo corpo, ritrovato qualche giorno dopo, fu deposto in una tomba del cimitero musulmano di Sidi Boudjemaa.
Nella sua identità confluirono tanto lo slancio fisico verso gli spazi sconfinati quanto le sottili questioni dello spirito, tanto le ragioni della quiete quanto le urgenze della verità, tanto il bisogno di silenzio quanto la necessità della parola.
Nei suoi scritti i paesaggi assumono spesso sembianze umane e l’oggettiva realtà delle cose si attenua fino a diventare sogno: accade allora che nello spazio infinitesimo di un respiro riesca a rivelare tutta la segreta sensualità della vita che respinge e attrae come la spaventosa bellezza di una notte nel deserto.
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